Addio al maresciallo Giorgio Santoro, colonna della comunità militare e simbolo di dedizione

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SPILIMBERGO/CASAGIOVE – Si è spento all’età di 83 anni il maresciallo maggiore aiutante e cavaliere della Repubblica Giorgio Santoro, figura storica e amatissima della comunità militare di Vivaro e Tauriano. Nato a Casagiove (Caserta), si era trasferito in Friuli nel 1962 per il servizio di leva, scegliendo poi di arruolarsi stabilmente nell’Esercito Italiano nel 1964. Una scelta di vita che lo ha visto servire con onore e dedizione fino al congedo nel 1999.

Per oltre tre decenni è stato una presenza fondamentale prima nella caserma De Michiel di Vivaro, poi nella Forgiarini di Tauriano, dove è diventato punto di riferimento per generazioni di commilitoni. Stimato per la sua autorevolezza, il rigore e l’umanità, è ricordato con affetto da chi ha avuto l’onore di servirgli accanto. Per lui, il motto dei carristi «Ferrea mole, ferreo cuore» non era solo uno slogan, ma l’espressione più autentica di una vita vissuta all’insegna del coraggio, della disciplina e del senso del dovere.

Secondo quanto riportato dai familiari, Giorgio Santoro sarebbe da considerarsi vittima del dovere: è deceduto infatti a causa di un mesotelioma pleurico, un tumore collegato all’esposizione prolungata all’amianto – sostanza presente per decenni nei mezzi corazzati e negli edifici militari.

«Non c’erano sistemi di protezione – ricordano i figli Giovanni e Maria – persino i guanti da officina erano composti da asbesto. Nessuno sapeva quanto fosse letale quel materiale».

La passione per i motori era nata molto prima della carriera militare. Fin da giovanissimo, Santoro aveva lavorato nell’officina del celebre meccanico Antimo Minutolo, a Casagiove, dove si era distinto per il suo “orecchio assoluto” per i motori, tanto da riuscire a diagnosticare i problemi delle auto semplicemente ascoltandole.

La figlia Maria racconta con affetto un aneddoto: «Aveva solo 12 anni e già voleva guidare. Il papà, per impedirlo, smontava il motore dell’auto… ma lui riusciva a rimontarlo».

Un talento precoce che lo aveva portato anche a lavorare in un’autorimessa a Roma, in via Magna Grecia, dove preparava auto per il cinema. Aveva persino partecipato come comparsa in alcune pellicole, tra cui il celebre Il Gattopardo.

Fu però il papà Giovanni a indirizzarlo verso la carriera militare. Una strada che Santoro ha onorato fino in fondo, ma che – come ricorda ancora la figlia – non cancellò mai il richiamo del cinema, ricordato sempre con una certa nostalgia.

Nel corso del servizio, affrontò anche momenti drammatici: fu operativo durante la tragedia del Vajont, il terremoto del Friuli, l’alluvione di Alessandria e varie emergenze umanitarie.

«I suoi soldati erano come figli – raccontano i familiari – riceveva lettere di ringraziamento da tante famiglie, per la sua capacità di educare e guidare con fermezza e umanità».

Negli anni della pensione, Giorgio Santoro si era dedicato a una nuova passione: le bocce. Era diventato un vero e proprio campione nella squadra della Spilimberghese, militando in Serie C.

«Si allenava tutti i giorni – raccontano i figli – partecipava per vincere, con la stessa determinazione che lo ha sempre contraddistinto».

Amava anche la musica e la danza: cantò l’Ave Maria di Schubert in diretta radiofonica e vinse diversi premi nei concorsi di ballo, grazie al suo talento da eccellente ballerino.

La sua gioia di vivere ha però subito un duro colpo con la perdita della moglie Laura Codogno, ex infermiera, scomparsa il 31 dicembre scorso a 76 anni. Da quel momento, Giorgio si era fatto più silenzioso, segnato da un dolore profondo e costante.

«Ora lo immaginiamo danzare di nuovo con la nostra mamma – concludono con dolcezza Giovanni e Maria – finalmente liberi, insieme, come sempre».

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