La benedizione della nuova statua di santa Matrona nel 1883, alla presenza dell’arcivescovo di Capua, cardinale Alfonso Capecelatro

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Si esprime un ringraziamento al prof. Francesco Ciociola, direttore della Biblioteca Arcivescovile di Capua, per la sua cordialità e per la professionalità.

 

Introduzione

Pur non essendo residente nella cittadina di San Prisco, da sempre, ho vantato le origini della mia famiglia: CASERTANO, a quelle sanprischesi. Questo legame in qualche modo “platonico”, che mi avvicina all’antico casale del comprensorio tifatino, è in realtà un legame puramente religioso. Il fatto che lì sia venerato il primo vescovo e martire di Capua Antica, san Prisco, la dice tutta non solo sulla mia fede cristiana, ma pure su quella di tutti i cristiani abitanti nei paesi vicini al monte Tifata. Sa Prisco vescovo e martire, infatti, è colui che ha dato inizio all’evangelizzazione nelle nostre zone, sradicando credenze e superstizioni legate alla mitologia pagana. Per la sua missione evangelizzatrice, come è noto, fu condannato a morte, una morte non vana, ma che getterà semi che fino ad oggi hanno creato alberi frondosi. Per quanto riguarda l’altra protettrice e patrona della cittadina, santa Matrona vergine, tramite l’amico Giuseppe Paolino, fotografo per amore e passione, avevo sentito parlare del fatto che l’attuale statua raffigurante santa Matrona è in realtà una copia di una molto più antica, i cui pezzi superstiti sono gelosamente conservati presso l’Istituto delle Suore Pallottine. Spero, tramite questo saggio storico di fare cosa gradita a tutti i sanprischesi vicini e lontani e, di aver rimesso al proprio posto un ulteriore tassello di storia locale.

La Benedizione della nuova statua di santa Matrona 

Il 21 gennaio 1883 una folla fervorosa di sanprischesi, si accalcò presso la casa della famiglia Monaco, una delle più importanti del casale, e nelle immediate vicinanze, per prendere parte alla benedizione della nuova statua della protettrice Santa Matrona vergine che sarebbe stata effettuata dall’arcivescovo di Capua, cardinale Alfonso Capecelatro. La statua, come riporta il documento venne “fatta a divozione della suddetta famiglia”, ma non si sa quale scultore (napoletano certamente) la scolpì. Chi pronunciò il “discorso inaugurale” fu senza dubbio il più importante rappresentante della famiglia Monaco, il quale rivolse a tutti i convenuti, compreso il cardinale Capecelatro “l’unanime intendimento religioso di onorare la miracolosa Patrona di questo Paese”. Sicuramente colui che prese parola, aveva a che fare con la vita religiosa sia del casale di San Prisco, sia dell’Arcidiocesi di Capua, perché nel discorso in questione vengono fatti riferimenti all’Antico Testamento e al Nuovo Testamento. Quindi da ciò, si deduce che doveva trattarsi di una persona che aveva conoscenza delle Sacre Scrittura, se non addirittura di un e vero e proprio prelato. A quella solenne manifestazione di fede, devozione ed affetto verso santa Matrona, presero parte non solo L’Eminenza Reverendissima cardinale Alfonso Capecelatro “con la sua bontà, dottrina e nobiltà di antico sangue di famosi Principi Troiani”, anche il clero sanprischese, le rappresentanze Municipali, Campestri e Governative “con le loro divise”, ma specialmente “ogni ceto di persone, nobili e plebei, poveri e ricchi, giovani e vecchi, uomini, donne e quanti hanno potuto accedere dai vicini e lontani paesi”. La questione inerente alla rottura della antica statua di Santa Matrona risaliva al 3 settembre 1882, “quando portando processionalmente […] su i loro omeri la statua della miracolosa Patrona S. Matrona”, questa aveva già “percorsa più della metà del paese, a pochi passi dal cancello di questa casa pria (quella dei Monaco) tentennò alquanto sulla base, accennando di cadere; indi dolcemente inchinandosi si dié in braccio ai suoi devoti che le facevano ampia corona”. La commozione che quel giorno si presentò agli occhi dei fedeli, scatenò panico e disordine tra i partecipanti alla processione: si scorgevano infatti “le coppie dei confratelli non più procedevano per questo cortile, che anzi pensierosi si volgevano alle spalle per dimandar cosa fosse avvenuto, che le salmodie del Clero rimasto attonito non più echeggiavano per l’aere, che la banda musicale non più dava fiato agli armonici strumenti, immobile la statua del glorioso martire S. Prisco, e d’innanzi una cerchia di confratelli assiepati, stretti, asserragliati da una calca di donne, che portandosi sulle braccia la caduta statua della Santa, come un corpo morto, con lagrime singulti, stringimenti di cuori, tutti con i volti dolorati”, consegnarono la statua rotta nelle mani della famiglia Monaco che la conservò come “preziosissimo deposito”. Quando la processione giunse sul sagrato della chiesa arcipretale di Santa Croce e San Prisco, “dove un’altra calca più numerosa di fedeli stava stivata per dare il saluto di ringraziamento ed il benvenuto all’adorata Patrona che si ritirava”, lo stupore, la meraviglia e la preoccupazione, suscitarono nell’animo dei devoti sanprischesi lo strazio “quando videro che la sola statua di S. Prisco e non quella di S. Matrona rientrava nella Madre Chiesa”. Chi narrava questa infausta vicenda, evidenziava tra le altre cose che quel giorno in cui, la antica statua di santa Matrona si deturpò, presso la casa dei Monaco “fu un via vai di ogni ceto di persone, ma più di donne […], le quali con i bianchi pannilini asciugandosi gli occhi umidi di pianto, tutte ansanti, affannose, spianavano con gli sguardi per le cancella, per gli abituri per gli usci, per le toppe e per le più recondite parti di questo luogo senza potersi dar pace, come figli dolenti di un’amorosa madre, cui non sapevano quale sventura fosse avvenuta”.

Chi presentava la nuova statua della Santa, oltre a spiegare le motivazioni che appunto, portarono a scolpire una nuova effige, al termine della solenne cerimonia invitava tutti i presenti a mirarla “con quei sentimenti religiosi” attraverso i quali erano giunti lì, presso la famiglia Monaco. Nel descrivere la scultura, si evidenziavano in modo particolare i tratti somatici: “quella serena fronte […], quelle nere pupille […], quelle purpurine labbra […], quel profilato mento […], quelle bianche e delicate mani di cui l’una stringe l’argenteo giglio della verginità, l’altra i lacci dorati di due candide giovenche”. Sempre dalla descrizione della scultura fuoriuscivano altri particolari che il tempo e l’incuria umana hanno purtroppo cancellato dalla memoria collettiva: “quell’innegabile bionda chioma che gareggia con i raggi del sole […], l’erbuneo collo che vince quello del cigno”. Vi erano poi “lo gemmato diadema della casa regnante dell’Iberia, e l’azzurro ammanto tempestato di stelle di oro”. Alla fine, il relatore del discorso, nel congedare i presenti “di questo paese, dell’Archidiocesi, e di buona metà della Provincia di Terra di Lavoro”, esultava non solo l’ Illustre Prelato, il cardinale Alfonso Capecelatro che, appunto, aveva benedetta la nuova immagine della Santa, ma pure quanti si erano “cooperati per questa sacra e rara solennità”.

Fonti.

  • Biblioteca Arcivescovile di Capua: Discorso Inaugurale per la solenne benedizione della nuova statua di Santa Matrona il 21 gennaio 1883 in S. Prisco, S. Maria C.V. Tipografia Guttemberg 1883.

 

(Il busto dell’antica statua di Santa Matrona, superstite insieme ad un piede) – Foto Giuseppe Paolino

(Il cardinale Alfonso Capecelatro, arcivescovo di Capua dal 1880 al 1912) – Foto dell’Autore

 

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