Alcuni episodi di violenza a Casagiove (già Casanova) nella seconda metà dell’Ottocento

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Introduzione

Il fondo documentario denominato “Alta Polizia”, facente parte dell’ “Intendenza di Terra di Lavoro”, custodito presso l’Archivio di Stato di Caserta, presenta episodi di ogni genere che coprono un arco temporale che va dagli ultimi anni della dinastia borbonica sul trono delle Due Sicilie, fino ai primi anni dell’unificazione nazionale. E’ possibile estrapolare, da questo fondo archivistico, interessanti notizie su ciò che accadeva nei centri della vasta provincia di Terra di Lavoro almeno per quanto riguarda la seconda metà dell’Ottocento. I pochi casi di violenza accaduti nell’allora comune di Casanova (oggi Casagiove), fanno trapelare non pochi particolari di come si svolgesse parte della vita cittadina all’epoca. Le vicende che qui si presentano, hanno per protagonisti per lo più soldati che, dimoranti nella Caserma Borbonica, amavano, durante le ore di svago, divertirsi fin troppo con belle donne e consumando alcoolici in squallide bettole, dove, il più delle volte, si praticava il famigerato “giuoco d’azzardo”. Dove c’erano caserme militari, poi, pullulavano di “case chiuse” gestite talvolta da gente del posto, dove, al loro interno, prestavano “servizio” povere donne provenienti anche da fuori provincia. La consultazione di questi documenti, ci ha permesso anche di provare la presenza dei garibaldini in città.

I. Rissa tra soldati a causa di una donna “dai facili costumi”

Il 16 luglio 1860, la Gendarmeria Reale, inviava all’Intendente della Provincia di Caserta, una lettera avente per “oggetto” i nomi dei tre “imputati” coinvolti in una rissa a seguito di un “bordello”. Si trattava di tre militari: Giovanni Liuzzi, Vincenzo Olivieri e Pasquale Arciliero, di cui, i primi due facenti parte del “VI Reggimento di Linea”, il terzo invece del “XV Reggimento di Linea”. Tutti e tre i soldati si trovavano di istanza, quasi certamente, nella Caserma Borbonica di Casanova. La lettera in questione, oltre a chiamare in causa i tre gendarmi, esponeva tutto l’accaduto. “Verso le ore 23” del 15 luglio 1860, presso l’abitazione di un tal Gaetano Biondo in Casanova, “per causa di una Druda che quivi esisteva”, di nome Teresa Lieto proveniente da Nocera, “si rissarono, e si ferirono gli emarginati soldati”. A quanto pare, l’istinto animalesco pervase talmente la mente dei soldati, tanto che nella zuffa “si mischiò, per dividere, il detto Biondo, e dai citati soldati riportò nove colpi di arma tagliente, uno dei quali pericoloso di vita”. La fortuna volle, che in quegli istanti, si trovò a passare “la pattuglia di piazza” che, venendo subito a conoscenza del grave accaduto, “arrestò i soldati conducendoli in queste prigioni militari”, mentre,“la donna ed il ferito si fecero restituire in casa propria”. Ben quattro giorni dopo, il 20 luglio 1860, un’ulteriore nota comunicava il “fattaccio” alle Autorità competenti.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta, Alta Polizia – II Inventario, busta 36 – fascicolo 2729.

II. Omicidio notturno ai danni di Francesco Scialla

Il 17 luglio 1860, il Comandante territoriale delle Province di Terra di Lavoro e del Molise, inviava all’ Intendente di Terra di Lavoro, una nota in cui si metteva al corrente di un gravissimo episodio violento che aveva coinvolto un tal Francesco Scialla. Ad opera di ignoti, venne commesso “l’omicidio con colpo di arma da fuoco in danno di un abitante di Casanova avvenuto nella notte del 14 al 15 andante”. Il Comandante affermava che “Compromettendo l’ordine pubblico una fucilata nell’abitato”, bisognava a tutti i costi “prendere accurate indagini per lo scovrimento del misfattore”. Del tragico accaduto, venne informato pure l’Ispettore “di Nola e di Santa Maria e di Capua”, il quale, in merito non diede una risposta esaustiva perché “non avendone diretto alcun rapporto su l’omicidio avvenuto in Casanova”, occorreva, da parte dell’Intendente, “informarsi convenevolmente delle circostanze” che appunto avevano “accompagnato tale avvenimento e delle prove raccolte sull’autore di esso”. Alla fine del mese di Luglio, precisamente in data 28 luglio, giungeva all’ Intendente un’ulteriore nota, inviata dalla Gendarmeria Reale, del Comando e Direzione Centrale della provincia, nel cui contenuto, era possibile cogliere particolari assai importanti per poter portare avanti le indagini sul delitto di Francesco Scialla. Secondo la deposizione rilasciata alle Autorità militari, “nel villaggio di Casanova, verso le ore quattro del 14 corrente (luglio)”, mentre la vittima si apprestava ad aprire “la porta della propria abitazione con chiavino per ritirarsi, riceve(va) un colpo di fucilata alle spalle, per effetto di ché la mattina seguente cessò di vivere”. Era stato possibile cogliere questo indizio “dagli appartenenti del disgraziato”, per questo, infatti, la forza pubblica non doveva desistere “dallo indagare”, fino a quando sarebbe giunta “a liquidare l’autore dello omicidio”. La vicenda, non passò inosservata, tanto che, a distanza di giorni, nell’ agosto 1860, in una nuova nota avente per oggetto “Omicidio in Casanova”, si presentava lo sventurato Francesco Scialla, come “Cancelliere Comunale”, e che attraverso la famiglia della vittima, “non si è(ra) potuto avere alcun indizio sull’autore del reato”, ma non per questo, bisognava affatto desistere dalle indagini, “onde liquidarlo”. Il fatto che si trattasse di una persona legata alla vita comunale del paese, lasciava supporre che lo Scialla era, certamente, conosciutissimo dai suoi compaesani, tanto che, le Autorità militari, continuarono ad “esitare lo zelo della forza onde liquidare l’autore di un tal reato”.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta, Alta Polizia – II Inventario, busta 36 – fascicolo 2726.

III. Lite tra soldati regi e soldati garibaldini

Il 16 marzo 1861, il Comando della Guardia Nazionale di Casanova e Coccagna, tramite nota, illustrava al Governatore della Provincia di Terra di Lavoro, una “rissa fra i Regi e i Garibaldini”, avvenuta il giorno prima, 15 marzo, “verso le ore 23 italiane”. Un tal Michele Marinaro, gendarme “della Guardia di questo Comune”, mentre “stava sbrigando taluni suoi affari vicino alla sua casa”, ecco che si trovarono a passare “due Sergenti ed un Soldato del Battaglione di Regogito qui stanziato”. Secondo la deposizione rilasciata dal Capitano “della II compagnia”, Michele Marinaro, vedendo passare i tre militari, “salutò de trà Sergenti” e accortosi che, il soldato semplice (garibaldino) “stava ubbriaco”, disse: “anche questo è uno dé carbonari (garibaldini), fra breve ti voglio perire io”. Tale frase fomentò, ovviamente la rabbia del soldato “brillo” tanto che “all’istante sguainò un’arma vietata così detta mollettone”, ed il Marinaro, per potersi difendere, si apprestò ad entrare nella sua casa “per munirsi di un’arma”. Il Marinaro, non possedendo un “fucile militare”, si armò allora di “baionetta”, raggiungendo il soldato ubriaco “per fargli depositare l’arma”. Mentre la lite iniziava a scaldare gli animi, ecco che “accorse un Basso Ufficiale di questa medesima Guardia”, il quale, “in nome del Re e della legge, intimò gli arresti”, ma subito accorsero altri soldati, “ed un alfiere del medesimo ancora (Giardia Nazionale)”, il quale disse “a questo basso ufficiale” che, ormai, “il soldato era nelle sue mani” e che tuttavia “non era nel Diritto di fare lo arresto”,  pertanto, “i soldati accorsi, e l’alfiere, ch’era ben conosciuto da questo basso ufficiale”, credettero di “assicurarlo a lui, sapendo benissimo di portarsi giustizia di un tale accaduto”. Appare del tutto strano, invece, il fatto che mentre si procedeva all’arresto dello “sbandato” milite garibaldino, qualche ora dopo, “procedendo nelle migliori intenzioni”, qualcuno prelevò l’arma usata dal garibaldino, dato che questa si rinvenne presso l’abitazione “di un certo Raffaele Jervolino”. Con nota del 21 marzo 1861, inviata dal Governatore della Provincia di Terra di Lavoro al Comandante d’Armi della Provincia, si pregava quest’ultimo “di voler prendere conto dell’accaduto, ed assicurato che sia l’individuo, procedersi contro lo stesso come per legge”. Frettolosa fu la risposta da parte del Comando Militare della Provincia di Terra di Lavoro, il quale, una volta esaminata la faccenda “minuziosamente, fece rapporto per iscritto” che poi, venne inviato al Comandante Generale della Piazza di Napoli, il quale, a sua volta assicurava che aveva “pronunziato con degna punizione al manutevole”.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta, Alta Polizia – II Inventario, busta 64 – fascicolo 5511.

IV. Morte di una vacca di un pover uomo di Coccagna, a causa dei garibaldini

Nel mese di ottobre del 1860, un tal Donato Errico “figlio del fu Francesco del Comune di Coccagna inserito a Casanova”, puntava il dito contro i militi garibaldini “per la morte della sua vacca, dopo il trasporto della roba dei soldati”. A causa di ciò, l’uomo, chiedeva un indennizzo all’Autorità competente, poiché dopo la morte del bovino, pare fosse terminato il sostentamento di “prima necessità” della famiglia dell’uomo. Della faccenda, venne ovviamente informato il Governatore della Provincia di Terra di Lavoro, al quale il disperato Donato Errico raccontava che nell’ottobre 1860 “allorquando le truppe garibaldine stavano sopra S. Angelo (in Formis)”, Lo stesso Errico, forse ottenuto in maniera forzosa dai garibaldini, diede in prestito il suo carretto trainato da una vacca, che poi “fu portato sopra S. Angelo, per trasportare la robba agli stessi”. Il carretto, secondo la deposizione fatta dall’Errico, venne concesso in prestito per circa due mesi “presso queste truppe”, per poter facilitare non solo il trasporto di armi e munizioni, ma anche di “viveri, ed altri oggetti ad essi necessari”. Sfortuna volle che “in questo mentre”, la vacca dell’uomo si ammalò, e Donato Errico, quale accompagnatore dei garibaldini sulle alture di Sant’ Angelo in Formis, “fu obbligato a ritirarsi in Coccagna”, per poter dare, seppur in maniera rudimentale, i giusti soccorsi al povero animale da bestiame. L’animale ricevette, a quanto pare, vere e proprie cure mediche perché, purtroppo, l’Errico “dopo di essersi dissanguato, e consumato ciò che aveva disgraziatamente morì la vacca”. Il bovino, come già detto, era certamente il mezzo di sostentamento del pover uomo, evidenziato dal fatto che “l’infelice supplicante si rattrova(va) in mezzo ad una strada con due figli, e moglie sulle spalle”. Giustamente, Donato Errico, aveva deciso, “per avere qualche sollievo”, di chiedere al Governatore della Provincia “a compassionare le sue miserie ed afflizioni” e “onde disporre qualche cosa in suo favore, e cos’ sollevarsi da quello stato miserabile”, di poter ricevere in questo modo l’ “agrazia speciale” da parte dell’Autorità pubblica. Il 31 gennaio 1861, il Governatore della Provincia di Terra di Lavoro, presa visione della faccenda, ritenne opportuno informare anche il sindaco di Casanova, al quale venne riferito che il signor Donato Errico di Coccagna, “venne estratto dai militi garibaldini a trasportare viveri ed altri oggetti in S. Angelo”, col suo carretto “tirato da una vacca, la quale durante un tal tragitto si ammalò”, successivamente morendo, e facendo perdere al povero Errico “l’unico mezzo di sussistenza”. Lo sfortunato uomo, appellandosi dunque alle Autorità competenti, invocò “un soccorso per sopperire a quei bisogni”. Concludeva il Governatore, invitando il sindaco di Casanova “di prender conto del dedotto e riferire”.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta, Alta Polizia – II Inventario, busta 56 – fascicolo 4738.

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