La chiesa dell’Arciconfraternita di San Michele Arcangelo in Casagiove, da una descrizione del 1937

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Premessa

La descrizione della chiesa della Reale Arciconfraternita di San Michele Arcangelo (volutamente si è voluta omettere l’elencazione di tutte le suppellettili sacre, per non appesantire il discorso), popolarmente nota come chiesa di San Vincenzo dé Paoli, semplicemente per distinguerla dalla chiesa parrocchiale anch’essa posta sotto gli auspici di San Michele Arcangelo, venne redatta in ottemperanza al questionario inviato dall’allora arcivescovo di Capua, monsignor Salvatore Baccarini, in occasione della Visita Pastorale che avrebbe compiuto tra la gente di Casagiove. Come è noto però, l’Arciconfraternita di San Michele Arcangelo era sorta molto prima, rispetto alla costruzione del loro piccolo Oratorio, per potersi riunire e per soddisfare al meglio quelle opere di pietà e di culto previste dal proprio Statuto. L’Arciconfraternita micaelica, infatti, vide la sua origine attraverso il Regio Decreto concesso da Sua Maestà Carlo III di Borbone il 29 aprila 1749. E’ oltremodo interessante rimarcare che quello intitolato a San Michele Arcangelo è il Pio Sodalizio più antico della città, il quale, dopo un lunghissimo periodo di commissariamento da parte dell’Autorità Ecclesiastica capuana, è rinato con rinnovato spirito di servizio, quel servizio teso al benessere esclusivo della città, della comunità parrocchiale di San Michele Arcangelo e di tutti coloro che gridano incessantemente “Carità!”. Il documento, conservato presso l’Archivio storico arcivescovile di Capua, recentemente ritrovato tra i tanti “carteggi” dell’epoca in cui l’antica sede metropolitana era governata dal presule monsignor Salvatore Baccarini (1930 – 1962) è stato visionato per gentile concessione dei responsabili dell’Archivio stesso. Quest’anno, purtroppo, i casagiovesi non potranno godere della bellissima festa popolare in onore di San Vincenzo de’ Paoli, tanto amato e venerato. Un periodo, quello del Covid19, che ha messi tutti a dura prova, ma che, come ha ricordato più volte il parroco don Stefano Giaquinto: “dimostrerà la reale devozione verso il Santo vecchierello, una devozione che non deve ridursi ad un singolo giorno dell’anno, ma che dobbiamo portare con noi sempre e dovunque”. Una devozione dunque che nasce prima dal profondo del cuore e poi si lega alle immagini sacre, cercando di alimentarla quotidianamente attraverso la preghiera e le buone azioni.

Una chiesa, “cara” al popolo casagiovese

La chiesa della Reale Arciconfraternita di San Michele Arcangelo, composta di una sola navata “della lunghezza di m. 15 e larga circa m. 9”, di forma rettangolare, possedeva “una sacrestia abbastanza larga di m. 5 per 4” e dove vi era pure una stanzetta “che serviva di alloggio all’eremita quando vi si teneva”, mentre, in quell’ anno, era “adibita a deposito di arredi e suppellettili”. La chiesa “fu costruita nel 1805 – 1806” e si presentava “di stile romanico con colonne e capitelli”. All’ora, come oggi, era possibile ammirare “un bellissimo quadro ad affresco in testa all’altare, con l’effige di S. Michele Arcangelo”, ai due lati invece, si potevano osservare “due bellissimi medaglioni, pure ad affresco, rappresentanti, uno il Crocifisso e l’atro S. Vincenzo dé Paoli”. Vi era poi “una nicchia ben fatta ed ornata di stucchi di valore ove si conserva(va) la miracolosa statua di S. Vincenzo de’ Paoli”. In generale, all’epoca, le condizioni della chiesa apparivano buone, “però vi occorre(va) una ripulita nelle attintature”, lavoro a cui il Priore aveva già pensato e quanto prima sarebbe stato eseguito “senza spese da parte dell’Ente”. Non esistevano servitù alcune addossate alla chiesa. L’unico altare, il maggiore, che si trovava all’intero del sacro edificio, “di marmo bianco e colorato” era appunto dedicato al titolare San Michele Arcangelo, e risultava “privilegiato” e chiunque avesse ascoltata la santa messa “a quell’ altare”, guadagnava “le Indulgenze giusta Breve di Sua Santità Pio IX del 22 maggio 1854”. L’altare, tuttavia, appariva “in ottime condizioni”. All’interno della chiesa c’era pure “il pulpito di legno fatto costruire 2 anni orsono” (1935). Per il Sacramento della Riconciliazione, c’era “il confessionale con le grate” e sui due sportellini vi erano “le figure di Gesù Crocifisso”. Il piccolo campanile, posto sul lato destro della chiesa, era dotato di “due campane una del diametro di 45 cm. e l’altra di 30”. Il culto verso l’amatissimo san Vincenzo dé Paoli, era accentuato dalla presenza di due sue reliquie “di cui una con l’autentica e l’atra conservata in un reliquario d’argento”. Oggetto di venerazione da parte dell’Arciconfraternita, era anche una statua della Vergine Addolorata che, in quel periodo il Priore aveva fatta “rimodernare”. Sulla cantoria era posizionato l’organo “in mediocri condizioni”, ma il Consiglio del Sodalizio “si propose di farlo pulire e mettere a posto”. I fedeli potevano partecipare comodamente alla celebrazione eucaristica, accomodandosi su “50 sedie di paglia per la chiesa e 12 per la sacrestia”, in cambio però dell’affitto di esse “durante le funzioni”, pari a “centesimi 5” che andavano “a beneficio del sacrestano”. Nella sacrestia era presente “l’armadio per l’archivio, un tavolo di noce e il pancone” che serviva “ai sacerdoti per la vestizione”, esisteva inoltre, sempre nella sacrestia, “un altro Crocifisso fatto costruire dal Priore”. La Congrega di San Michele Arcangelo, promotrice del culto verso il Santo francese, Vincenzo dé Paoli, provvedeva alla gelosa custodia di “oggetti votivi di oro e d’argento, dei quali esiste(va) inventario regolare tenuto al corrente”. Tali oggetti testimoniavano in modo lapalissiano, la profonda devozione del popolo verso san Vincenzo, quel popolo formato da padri e madri, i quali, con spirito di sacrificio, rinunciavano ad un oggetto di valore in loro possesso, concedendolo per amore verso la Chiesa e per venerazione verso il Santo. L’Arciconfraternita aveva rivisitata la sua Regola Statutaria con Regio Decreto dell’8 maggio 1909, regolamento che al momento della redazione della presente Relazione “è(ra) in vigore ed anche il Regolamento di disciplina e di servizio legati”. In particolare, esisteva un Legato Testamentario risalente alla prima metà del XIX secolo, fatto redigere dalla signora Anna Rosa Bruno, con un “capitale di ducati 100 gravanti sulla Casa Parrocchiale e per il quale il Parroco pro tempore doveva pagare Lire 25,50 all’anno”. Rispettando tale Legato, la Congrega di San Michele Arcangelo “ha(veva) l’obbligo di celebrare varie messe alla donatrice che con autorizzazione di Sua Eccellenza l’Arcivescovo Monsignor Gennaro Cosenza furono ridotte a 4 all’anno”. Quattro messe annue sarebbero costate “Lire 28” a cui però andavano aggiunte “Lire 5 di tassa”, avendo avuta in questo modo una spesa di “Lire 33 contro un introito di Lire 25,50”. I Priori precedenti però “dal 1918”, non avevano più fatte celebrare le messe in suffragio della signora Anna Rosa Bruno e, per questo motivo il Priore “in carica” aveva dato disposizioni perché queste messe si fossero celebrate dal Padre Spirituale della Congrega, “nella misura del legato al netto, salvo ulteriori disposizioni” da parte dell’arcivescovo capuano.

Diverse erano le sacre funzioni curate dai confratelli della Congrega e per “disposizione statutaria”, si celebravano due feste all’anno: di San Michele Arcangelo (8 maggio) e di San Vincenzo dé Paoli (19 luglio). Ma non solo. Si commemorava il “Settenario per i defunti nell’ottava dei morti con la esposizione del Santissimo Sacramento per 40 ore, con predica”. Ordinariamente, però, nella chiesa del Sodalizio “non si conserva(va) il Santissimo Sacramento, tranne nei periodi delle novene delle feste suddette, ed allora si accende(va) la lampada ad olio”. In occasione della recita delle Novene, quando si impartiva la benedizione, si accendevano “non meno di 10 candele, nell’esposizione della Santissima Eucarestia non meno di 30 candele oltre le lampade elettriche”. Quando si conservava nel tabernacolo il Santissimo Sacramento, “vi è(ra) sempre il canopeo e la chiave è(ra) tenuta dal Padre Spirituale”. Le spese, ovviamente, erano sostenute “coi fondi del Sodalizio e col concorso dei confratelli”, i quali per la festa in onore di San Vincenzo “e pel Settenario dei defunti”, concorrevano personalmente nelle spese. Chi ricopriva la carica di Padre Spirituale dell’Arciconfraternita era “da circa 20 anni” il canonico don Domenico Mingione. Il Pio Sodalizio casagiovese “non ha(veva) beni stabili, tranne la cappella funeraria al cimitero” e in più possedeva “regolari registri di amministrazione” dove appunto erano “annotate tutte le entrate e le spese”.

Fonti

Archivio Storico Arcivescovile di Capua, Visite Pastorali Arcivescovo Salvatore Baccarini anno 1937.

 

(Interno della chiesa della Reale Arciconfraternita di San Michele Arcangelo in una foto d’epoca)

 

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