Le elezioni comunali a Casagiove nel 1924 tra la mobilitazione contro i vecchi fascisti, violenze inaudite, sostituzione e sequestro di persone

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I. Il Fascismo a Casagiove in crisi

La situazione del Fascismo a Casagiove, nei primissimi anni di presa di potere al governo della Nazione e all’indomani delle elezioni comunali, non doveva apparire del tutto gioiosa. Si andò a creare una sezione fascista di giovani “impregiudicati”, ai quali, secondo i redattori del giornale “L’Unione”, si doveva lo scioglimento della precedente amministrazione comunale. Questa situazione, in qualche modo di convenienza, spinse il segretario politico della sezione, ingegner Menditto, a comporre una lista, la quale, “raccogliendo gli elementi migliori del paese”, avesse potuto rispondere a pieno “alle aspettative di esso”. Questa lista era stata, in un primo momento, confortata dall’appoggio “dei suoi superiori”, ponendo in pratica ogni suo mezzo perché, “in una unione di intenti e di ideali, quanto di meglio vanta(va) il paese per onestà, per rettitudine, per censo”,  affinché avesse formata ad ogni modo la nuova rappresentanza comunale. Ad un certo punto però, la situazione cambiò totalmente, perché ad opera dei vecchi amministratori “spodestati”, i quali erano riusciti ad avere dalla loro parte il segretario circondariale cavalier Senise, fu fatta seguito “ad una ingiustificata persecuzione” che portò per ben tre volte allo scioglimento ed alla ricostituzione della locale sezione fascista, fino ad allontanarne coloro che l’avevano creata ed organizzata, per poi “sostituirla con elementi nuovi iscritti”, tutti presi dal vecchio partito che aveva dominato per l’ultimo decennio il Comune di Casagiove. Ad ogni modo, ci furono inutili tentativi di conciliazione, e per questo motivo “la lotta si svolse con l’applicazione dei metodi più tristi di una ingiustificata e deplorata violenza”. Procedendo in questo modo, i vecchi fascisti ebbero quindi l’opportunità di creare “la loro lista” e presentarla al corpo elettorale tramite il seguente appello: I sottoscritti animati da sentimenti di fede nei destini della Patria e di devozione al Governo del Duce Magnifico Benito Mussolini, si presentano al vostro suffragio col pensiero della rigenerazione del paese, per dare ad esso un’amministrazione oculata e cosciente senza false etichette e senza inganni col solo scopo di instaurare la pubblica finanza e di vedere Casagiove al giusto livello di cittadina saggia, fiera e felice. Il proclama, per così dire, elencava infine i nomi dei candidati della lista: Giuseppe Castiello fu Salvatore, Vincenzo Cepparulo fu Matteo, Michele Comes di Vincenzo, Vincenzo Cotugno fu Pasquale, Pasquale De Flora fu Ferdinado, Giovanni Di Blasio di Pietro, Luigi Fiano di Antonio, Alberto Guarriello fu Raffaele, Antonio Ianniello fu Elpidio Antonio, Salvatore Menditto di Giuseppe, Giovanni Perrotta di Raffaele, Alessandro Santoro fu Michele, Luigi Santoro fu Ciro, Vincenzo Santonastaso di Antonio, Luigi Valletta fu Francesco, Pasquale Vozza fu Francesco.

II. Il resoconto di quelle “travagliate” elezioni

Il resoconto di come si svolse quella giornata, ci viene fornito dal giornale “L’Unione”. Il 20 gennaio 1924, alle ore 8.30 ebbero inizio le votazioni “nelle tre sezioni”, con un numero di 2000 elettori iscritti nelle liste, anche se si aveva motivo di credere “che non più di 1200 o 1300” si sarebbero recati alle urne. Le sezioni elettorali erano presidiate dai carabinieri al comando di un capitano, dai militi nazionali al comando del signor Genone di Marcianise e da un vice commissario di polizia. Tutto procedeva regolarmente e gli elettori votavano liberamente, anche se “scarsamente” data l’ora mattutina. Verso le ore 10.00 si tenne un Consiglio Fascista, in quanto i signori Pepe, Cepparulo e Caporaso iniziarono ad accorgersi un po’ tardi, “che non spira(va) buon’aria”, e per questo decisero di recarsi dal segretario politico professor De Angelis “a confidare le loro preoccupazioni”. Si decise poi di correre a Caserta ed interessare personalmente i dirigenti della Federazione “a provvedere in proposito”. Tuttavia però i candidati prescelti “non volendo dar motivo a disordini di sorta”, decisero di non presentarsi a Caserta, enunciando le motivazioni di questa scelta tramite un manifesto del seguente tenore, che doveva essere affisso e che però “fu proibito”: Popolo di Casagiove! Riusciti vani i tentativi di adescamenti, di seduzioni, di artifici e di raggiri, ora la disperazione della lotta ha indotto i nostri decimati, ma arditi avversari, a ricorrere alla minaccia, alla violenza, alla sopraffazione. Forti della giustizia della nostra causa, gelosi dei nostri diritti, fieri nella nostra dignità, abbandoniamo a quella mezza dozzina di sconsigliati la facile vittoria ingloriosa. Il Governo Nazionale di Benito Mussolini che col tocco ardente delle sue idealità, ha saputo spezzar via tante indegnità e tanti disonesti, farà anche giustizia sommaria di chi oggi può abbandonarsi alla gazzarra della vittoria. Noi chiusi nelle nostre case e nel risentimento delle offese subite, tenderemo lo sguardo fiducioso lontano ed in alto, verso Benito Mussolini e verso un’Italia più grande e felice. I FASCISTI di ieri e di domani, non di oggi, per fortuna.

Alle ore 11.00 arrivarono a Casagiove il segretario politico dottor Riccardo Mesolella e quello circondariale cavalier Senise. Il dottor Mesolella appariva “nervoso” perché voleva vincere la partita elettorale “ad ogni costo”. Dopo pochi minuti dall’arrivo dei due capi politici, i carabinieri venivano “ritirati dalle sezioni” ed il Capitano cedette alle richieste del Segretario Mesolella e del Console, i quali avocavano a se medesimi “la responsabilità dell’ordine pubblico”. Da questo momento ebbero inizio vari disordini: “La peggiore teppa locale invade(va) i locali del Comune” e le violenze ebbero principio. A mano a mano, gli elettori venivano cacciati via, quando ovviamente non portavano con loro la tessera fascista. Il candidato sindaco Giuseppe Castiello venne “rinchiuso nel corpo di guardia”. Alcuni soci di un circolo vicino al palazzo municipale vennero “sfrattati dal loro locale”, minacciando addirittura i membri del seggio elettorale. Il tenente marcianisano Genone, comandante della centuria, “si moltiplica(va) in urla e minacce”, tanto che gli elettori che accennavano a protestare, affinché fosse stato garantito il loro “libero esercizio”, venivano cacciati via dai militi nazionali agli ordini dello stesso Genone che gridava: “Qui comando io. Non c’è ne Prefetto, ne Questore che valgano. Comando io e basta”. Queste violenze, diedero pure inizio, a partire dalle ore 12.00, ad un vero e proprio broglio elettorale. Infatti, i militi nazionali, “smessa la giubba ed indossata una qualunque giacca ed un qualunque cappello – forniti per la circostanza dagli…amici”, si presentarono nella sezione e votarono. Nella III sezione però, lo scrutatore Crocco, scorse il trucco e lo denunciò, ma, immediatamente fu chiamato fuori e venne “schiaffeggiato”. Il trucco però non riuscì perché ad esso si opposero “onestamente e fieramente” i magistrati che presidiavano i seggi. Intanto la folla degli elettori che sostava innanzi alle sezioni, non riusciva a votare, perché quel diritto “le viene proibito”, tanto che bisognava dire per chi si votava e “far vedere la scheda”. E’ essenzialmente verso le ore 14.00 che gli animi iniziarono a scaldarsi, in quanto un “cittadino professionista” protestò “contro cosiffatte violenze”, e la risposta da parte del comandante Genone fu chiara: ordinò ai militi “di caricare la folla” ma, fortunatamente l’intervento del capitano dei carabinieri evitò “un eccidio”. Nel frattempo venivano devastati pure i locali del Circolo Nazionale, “antica sede del Fascio” e vennero asportate carte e documenti. Anche le scuole vennero occupate militarmente e addirittura “dal tiretto della maestra Pisoni” vennero “involate circa quaranta lire”. Persino i giardini “di Valletta e di D’Agnese” furono presi d’assalto dai militi fascisti, tanto che le piante di arance, “qual peccato avevano esse fatte!”, vennero devastate. Finalmente si giunse alla chiusura delle votazioni e di conseguenza, anche alla fine delle violenze. Su 2000 elettori iscritti, appena 600 riuscirono a votare, tanto che nelle altre elezioni la media dei votanti aveva superato la cifra di 1200 e 1300. Alle luce di ciò, il 14 gennaio 1924 si procedette allo scrutinio: la lista fascista sostenuta dal dottor Mesolella ottenne 246 voti, mentre, la lista avversaria sostenuta dai vecchi fascisti ottenne 337 voti. La conclusione di questa vicenda politica portava quindi i redattori del giornale “L’Unione” a mettere nero su bianco il fatto che Casagiove, “in un impeto di sana e civile ribellione” aveva saputo imporre “la sua volontà” e gli sconfitti: Pepe, Melone e Cepparulo erano rimasti “con tanto di naso”, avendo subito “il danno della lotta e le beffe del corpo elettorale”. Immediato fu l’unanime ringraziamento da parte di tutti gli eletti che così si espressero verso la popolazione di Casagiove: Concittadini! Chiedemmo a Voi i vostri suffragi, ed il risultato ottenuto compensa gli sforzi comuni e le amarezze della lotta da noi non desiderata. Vadano ora a Voi tutti i nostri ringraziamenti e la promessa che l’opera nostra, modesta e volenterosa, sarà ispirata unicamente al bene della nostra Casagiove. Cessata ormai qualsiasi divisione di parte rivolgiamo il nostro pensiero di devozione e di speranze all’uomo straordinario, che regge le sorti della Grande Patria, S. E. Benito Mussolini; e vada il nostro omaggio riverente all’illustre Prefetto della Provincia, che tanto degnamente rappresenta il Governo Nazionale di luce e di saggezza. Viva l’Italia! Viva Casagiove!

III. Il resoconto divulgato dal giornale “La Voce Repubblicana”

Un secondo resoconto riguardante le “turbolenti” elezioni comunali del 1924 venne fornito dall’altro quotidiano di Terra di Lavoro: “La Voce Repubblicana”. Le elezioni amministrative “che per i mezzi usati dalla lista fascista contro l’avversario” davano una idea concreta di quelle che sarebbero state le prossime elezioni politiche in provincia. A Casagiove erano scese in campo due liste: quella fascista “capeggiata da un noto industriale” (Pepe) e quella d’opposizione “formata di ex fascisti dimissionari” contro i quali si era scagliata l’ira del Direttorio provinciale, che voleva a tutti i costi, ottenendo maggioranza e minoranza, “dar prova dell’unanimità più uno di cui è(ra) circondato qui in Terra di Lavoro il fascismo”. Nel corso delle elezioni erano infatti intervenuti “a portare con la loro presenza un aiuto morale”, il fiduciario provinciale dottor Riccardo Mesolella, il Console della milizia “e tutti gli alti pezzi grossi del partito dominante”. La milizia nazionale, ovviamente, “non poteva mancare per… il mantenimento dell’ordine pubblico”. In un primo momento, sino alle ore 10.00, i fascisti lasciarono agli elettori “una certa libertà” perché “illusi di avere il consenso della popolazione, o per deficienza materiale di mezzi”. Poco dopo però, accortisi “che spirava aria di fronda e che le cose non andavano troppo bene”, decisero di cambiare metodo. All’ingresso del locale dove avveniva la votazione, messo sotto osservazione dai militi fascisti, era stato posto un individuo che fungeva da vero e proprio “palo”, “che col capo accennava se gli elettori che si presentavano potevano o no entrare, e così si impediva a tutti i non fascista di votare”. Questo ultimo sistema però sembrò insufficiente, ed allora per sgomentare gli avversari, venne arrestato il capolista avversario Giuseppe Castiello, “rilasciato subito perché si temeva la venuta dei contadini che si proponevano di liberarlo”. Malgrado l’intervento della gerarchia fascista, “la profusione di denaro per la propaganda”, la negata libertà di voto, i soprusi, gli arbitri, la lista fascista presentatasi per la maggioranza e minoranza, era stata completamente battuta, ed appena appena era riuscita a conquistare “i quattro posti di minoranza”, mentre, ben sedici posti vennero guadagnati dalla lista avversaria. Su circa 1800 elettori, appena 400 riuscirono a votare e bastò soltanto un’ora “di libertà per annullare gli sforzi fascisti”, mentre, l’astensione della grande maggioranza testimoniava “l’indifferenza e l’ostilità” con cui la popolazione casagiovese guardava il Fascismo. Le elezioni amministrative di Casagiove segnarono “l’inizio manifesto della debacle fascista in Terra di Lavoro” e mostravano come fossero “campate in aria” le affermazione fatte dal fiduciario provinciale “di aver conquistato al fascismo” tutta la provincia. Secondo i redattori dell’articolo, poi, allo stemma della provincia di Terra di Lavoro si poteva apporre il fascio littorio, ma in provincia il fascismo, “passata la prima ora di entusiasmo” si era ridotto “ad una insignificante minoranza”. Andava evidenziato tuttavia che le elezioni casagiovesi avevano avuto anche “uno strascico cavalleresco”, tanto che era avvenuto un vero e proprio duello fra il signor Pepe capolista fascista ed il signor Peccerillo ex decurione della milizia nazionale “ora dissidente”. Il motivo appariva del tutto politico e pare che il Pepe schiaffeggiò l’avversario “mentre discutevano delle elezioni”, ed il Peccerillo venne ferito ad una mano. Nel giro di poco tempo, in altri Comuni della provincia si sarebbero svolte le elezioni amministrative e certamente “l’esempio di Casagiove” non doveva restare isolato. Sicuramente i dirigenti fascisti avrebbero cercato “di ripararvi a tempo”, prendendo “quelle tali misure, quelle… precauzioni usate in altre città d’Italia”.

IV. La scorribanda a Casagiove: ore di terrore

Ancora il giornale “L’Unione” evidenziava in un paragrafo le terribili ore trascorse a Casagiove il 20 gennaio 1924, dove “oltre 200 fascisti forestieri – venuti a Caserta per l’adunata di propaganda – piombarono, armati” nella cittadina, “terrorizzando la popolazione che si sbarrava nelle case, e compiendo atti di inaudita ed anche inutile violenza”. Con paletti di ferro, infatti, forzarono le porte del Circolo Nazionale “sede dei vecchi fascisti”, e penetrando nelle sale “devastarono quanto loro capitava sotto mano, di mobili, suppellettile ed altro”. I carabinieri presenti alla devastazioni, non poterono, “per il loro numero esiguo”, evitare “la terroristica gesta la quale fu deplorata da tutti gli abitanti”. Passate quelle ore di terrore, la popolazione di Casagiove, giustamente, si domandava a chi mai bisognava ricorrere “perché sia (stata) garantita la sua tranquillità e la sua pace”. Ribadivano i redattori del giornale che: “Casagiove non è(ra) una landa perduta della Papuasia”, ed essa era una “cittadina civile e laboriosa, vicinissima al capoluogo, e di conseguenza, alle autorità di P. S.”, e per questo aveva “diritto di essere garantita e tutelata”. Evidentemente si voleva a tutti i costi provocare un conflitto, e chi sarebbe stato il responsabile? Concludevano i redattori, rivolgendosi al prefetto di Caserta, Graziani, chiedevano di “prevedere e provvedere in tempo” in quanto a Casagiove “fu evitato l’eccidio, domani chissà!”.

 

Fonti

  • Biblioteca del Museo Provinciale Campano di Capua, Emeroteca, giornale “L’Unione”, Caserta 12 – 13 gennaio 1924.
  • Biblioteca del Museo Provinciale Campano di Capua, Emeroteca, giornale “L’Unione”, Caserta 21 – 22 gennaio 1924.

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