Il testamento di Anna Rosa Bruno a vantaggio di povere ed orfane, e della Parrocchia e Congrega di San Michele Arcangelo (1837)

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Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.

(Sapienza 3, 1 – 9)

Premessa

Le vicende umane, provvidenzialmente, non sono caratterizzate soltanto da episodi di taccagneria e attaccamento ai beni materiali, quei beni che al momento del trapasso, non porteremo nell’Aldilà. La signora Anna Rosa Bruno, tramite il suo atto testamentario, nonostante il suo fisico minato da “infermità”, ci ha dimostrato in qualche modo, anche l’amore per il prossimo, lasciando i suoi averi non soltanto ad amici e parenti, ma pure alle povere ed orfane donne dell’allora Casanova, oltre ovviamente, a lasciare in eredità somme di denaro agli enti ecclesiastici: alla parrocchia di San Michele Arcangelo e alla Congrega di San Michele Arcangelo. Lasciando in eredità queste somme di denaro, la signora Bruno chiedeva una cosa sola: di essere ricordata attraverso la celebrazione di messe in suo suffragio. Questa “usanza” di ricordare nel corso di alcune celebrazioni l’anima di Anima Rosa Bruno, c’è stata fino alla prima metà del Novecento, poi il tutto è precipitato nel “dimenticatoio”. Sarebbe bello poter ricordare, periodicamente, la signora Anna Rosa Bruno che, certamente, dal Cielo, dove sicuramente si trova la sua anima, ci sta sorridendo, perché abbiamo cercato di ritagliare un attimo della nostra esistenza per ricordarla.

 

I. La redazione del testamento

Il 20 luglio 1837, Il regio notaio Angelo Centore del fu Stefano, “residente nel Comune delle Masserie” (attuale Comune di San Marco Evangelista), il quale svolgeva la sua attività forense “collo studio nella Casa Comunale sita in detto Comune Strada Piazza senza numero”, si era recato a Casanova dove, ad attenderlo, vi era la signora Anna Rosa Bruno del fu Aniello, “originaria del Comune di Lauronero Provincia di Basilicata” (si tratta di Lagonegro), “proprietaria domiciliata da molti anni nel Comune di Casanova, donna nubile d’età maggiore”. Prima però, di procedere alla compilazione dell’atto notarile, la signora Bruno dichiarò al notaio Centore di essere “sana di mente benché di corpo infermo”, tuttavia decisa a dettare le sue disposizioni testamentarie “temendo di essere sorpresa dalla morte che è(ra) certa ma incerto il tempo”. La signora Bruno, allora aveva proceduto “ora che trova(va)si sana”, a disporre che “dei suoi beni acciò dopo la sua morte” non sarebbero insorti litigi “e scissure fra i suoi congiunti”. Per questo motivo, infatti, il notaio Centore aveva proceduto a scrivere il “presente testamento per atto pubblico”. Il testamento di Anna Rosa Bruno veniva redatto “alle ore ventuno precise” del 20 luglio 1837, nella casa di Francesco di Lauro “sita in detto Comune Strada Cappella e propriamente nella prima stanza superiore montata la scala di fabbrica esposta a mezzogiorno”. Erano presenti, oltre alla testatrice Anna Rosa Bruno che, tra l’altro, dichiarava “di non sapere scrivere, per non averlo mai imparato”, anche dei testimoni, conoscenti appunto della testatrice: il signor Don Giuseppe Scialla fu Vincenzo di professione “possidente”, Alessandro Gazzillo fu Francesco di professione “maccaronaio”,  Nicola Russo fu Giuseppe di professione “maestro tramontano” e Nicola Paduano di Giovanni di professione “sartore”. I primi tre testimoni, cioè lo Scialla, il Gazzillo e il Russo erano domiciliati “in Casanova”, mentre, il Paduano risultava domiciliato “in Ercole”(casale di Caserta). Successivamente, fu Sua Maestà Ferdinando II di Borbone monarca del Regno delle Due Sicilie, ad accordare il beneplacito all’Arciconfraternita di San Michele Arcangelo “in Casanova”, “per l’accettazione del legato  in favor suo da Donna Anna Rosa Bruno nel testamento per atto pubblico dé 20 luglio 1837”. 

II. Il contenuto del testamento

Anna Rosa Bruno al primo punto del testamento dichiarava “di essere cuditrice” di un certo Francesco Rossi di Caserta il quale, ormai morto, aveva lasciato ai suoi eredi la somma di 300 ducati “emergenti da diversi titoli”. Gli stessi eredi, corrispondevano alla signora Bruno, annualmente e “a titolo d’interesse”, dalla detta somma di 300 ducati, 21 ducati. La Bruno, tuttavia, voleva che il “cennato capitale” di 300 ducati fosse restato “perpetuamente” in mano agli eredi del detto Francesco Rossi, suo “originario debitore”, a patto però che i suoi stessi eredi, con gli interessi annuali che ne “decorrevano la detta somma”, dovevano far celebrare “messe per suffragio” della sua anima e in più, esibendo “le fedi dei sacerdoti celebranti” allo scrivendo suo “esecutore testamentario”. In secondo luogo, la “suddetta testatrice”, dichiarava di essere “creditrice” del signor Don Gabriele Menditto “del Comune di Casanova”, della somma di “ducati trecentoventisette” (327 ducati). Da questa ultima somma poi, dichiarava la signora Bruno che, non appena fosse giunto il “tempo del maturo”, ne legava “ducati cento alla Parrocchiale chiesa di Casanova, altri ducati cento alla Venerabile Congrega del Glorioso Arcangelo San Michele pure di Casanova, altri ducati cento alla Vergine Addolorata pure di Casanova ed i rimanenti ducati ventisette compimento di ducati trecentoventisette al Cuore di Gesù pure di Casanova”. Le somme di denaro elencate, dovevano quindi essere impiegate “dai rispettivi Amministratori”, mentre, dagli “interessi annuali” che se ne percepivano, si dovevano “per ogni cento ducati celebrare numero dieci messe per suffragio” dell’anima della Bruno “perpetuamente”, mentre i “ducati ventisette” si dovevano “pagare liberi al Cuore di Gesù, senza averne peso al obbligo”. Le somme di denaro citate dovevano però essere provate, attraverso il versamento, tramite “le fedi della eseguita celebrazione di dette messe”. Al terzo punto “la suddetta testatrice” affermava che siccome nella casa del signor Don Gabriele Menditto “di Casanova”, si trovava un suo baule ligneo, dentro al quale si trovavano riposte alcune sue biancherie, ed altri suoi mobili corredati, “nonché qualche somma di denaro, e quattro paia di fermagli cioè due di perle ed oro e due di oro placcato”, e della somma di denaro depositata nel detto baule, ne legava dieci ducati a Gaetana Centore figlia di Domenico. Altri ducati cento, voleva la signora Bruno, che fossero stati elargiti ai suoi parenti se mai se ne fossero affacciati, dopo che però avevano “legalmente dimostrata la parentela”. Un gesto di riconoscenza, la signora Bruno lo rivolgeva pure alla sua amica Francesca Di Lauro, anch’essa di Casanova, in virtù dell’assistenza che ella prestava alla Bruno in quella sua infermità, donandole “quattro paia di fioccagli cioè due di perle ed oro e due di oro assoluto, due gonne, quattro fazzoletti, sei paia di calzette, altre sei gonne”. Al quinto punto, invece, la signora Bruno legava a Maria Grazia Ferraiuolo “un rocchetto di cotoncino bianco con corrispondente giacchetta, ed un paio di calzette”, come pure legava ad Angela Minichino “di Santa Croce”, “quattro paia di calzette ed una gonna”. Del tutto particolare appariva, invece, il sesto punto dell’atto notarile, in quanto, la signora Bruno desiderava che tutte le altre sue biancherie “cioè camici, lenzuola” fossero stati divisi “alle donne più povere, e zitelle orfane del Comune di Casanova”, a giudizio però della signora Donna Dorotea Fusco, moglie di Don Gabriele Menditto del Comune di Casanova. Anna Rosa Bruno, procedeva poi a nominare “esecutore testamentario” il parroco di Casanova “ed i suoi successori”, pregandoli di far eseguire fedelmente queste sue disposizioni “e particolarmente in ordine alla celebrazione delle messe”. La signora Bruno, poi, revocava ed annullava ogni altro testamento da lei precedentemente fatto, volendo che quest’ultimo avesse avuto esecuzione, trattandosi della sua “ultima libera, precisa e determinata volontà”.

Fonte:

  • Archivio di Stato di Caserta, Opere Pie, busta 617 – fascicolo 1152.

 

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