Di mestiere “beccamorto”. Il contrastato rapporto tra l’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova di Casagiove e il parroco di San Michele Arcangelo don Salvatore Mingione, per le funzioni funebri

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Il giorno che temiamo come ultimo è soltanto il nostro compleanno per l’eternità.
(Seneca)

Premessa

Uno scopo, senza dubbio indispensabile, per la vita dei Pii Sodalizi laicali è stato ed è tutt’ora quello di cercare di avere “pietosa cura dei defunti”. In quei periodi della storia dell’umanità, dove ancora non esistevano i cimiteri “organizzati”, i morti poveri purtroppo venivano lasciali nel totale abbandono, tante volte gettati in putride fosse comuni. Le Confraternite, fucine di laici impegnati, in qualche modo cercarono di porre rimedio a questo problema, non solo da un punto di vista igienico, ma soprattutto da un punto di vista di dignità, prendendosi cura spirituale, quanto materiale, di coloro che avevano modo di poter ricevere una degna sepoltura al momento del trapasso. Perciò, i confratelli delle Congreghe iniziarono a dare sepoltura ai defunti poveri prima nelle terre sante delle loro chiese, successivamente attraverso la costruzione di vere proprie cappelle funerarie sorte nei perimetri dei cimiteri pubblici. Molti, specialmente i più anziani, ricorderanno sicuramente che fino a non troppi anni orsono, i confratelli delle Congreghe avevano la lodevole abitudine di andare “a prendere” il defunto a casa, per poi accompagnarlo fino in chiesa, dove avveniva il rito funebre. I cortei funebri, in special modo, destavano una certa empatia, soprattutto nel vedere i confratelli delle Congreghe in abito di rito e con il tipico cappuccio calato sul volto. Allo stato attuale, ci sono  Confraternite che, provvidenzialmente, ancora “accompagnano” i cortei funebri, specie se si tratta degli iscritti al Sodalizio. Questo ulteriore scavo di storia locale ci ha data la possibilità di conoscere uno spaccato di storia umana della comunità casagiovese, in cui vengono tirati in ballo laici e sacerdoti, i quali, invece di dimostrare la sapienza e la carità, dimostravano per lo più il loro orgoglio, il loro egocentrismo, senza rendersi conto del fatto che, almeno nel momento del trapasso bisogna fare “silenzio” per poter riflettere al meglio sulla propria condizione umana durante il cammino terreno.

(Confratelli della Congrega di Sant’Antonio di Padova col tipico abito di rito, in una foto d’epoca)

 

I. La questione “esequiale” tra il parroco di San Michele Arcangelo don Salvatore Mingione e l’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova

Con lettera del 17 ottobre 1935, il parroco della chiesa di San Michele Arcangelo di Casagiove, don Salvatore Mingione, informava il vescovo di Caserta monsignor Natale Gabriele Moriondo, relativamente ad una faccenda che aveva coinvolto sia lo stesso parroco, sia l’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova di Casagiove, facente però parte della diocesi di Caserta. Ad ogni modo, don Salvatore Mingione rendeva noto che l’11 agosto 1935 “furono fatte le esequie del defunto Russo Giuseppe di questa Parrocchia”, defunto che però in vita, era stato iscritto alla Confraternita di Sant’Antonio “della Diocesi di Caserta”. Don Salvatore, però, da “buon parroco”, pubblicamente fece notare al priore della Congrega “il diritto della Parrocchia”, che cioè “il cadavere doveva essere portato nella Chiesa Parrocchiale per l’assoluzione”. Il priore della Congrega di Sant’Antonio, “solo per contentare i fratelli”, fece allora entrare il cadavere del defunto nella chiesa della Congrega, aggiungendo il parroco Mingione che, una volta “giunti in detta Chiesa” si astenne “dal dare l’assoluzione al feretro”. Di più, don Salvatore Mingione aveva detto di persona al priore e al sacrestano della Congrega “che la messa esequiale era di diritto parrocchiale pure senza nulla”, ma che tuttavia non venne celebrata dal parroco Mingione, bensì dal padre spirituale della Congrega. Un ulteriore episodio si verificò il 16 ottobre 1935, quando furono celebrate le esequie del defunto Antonio Ferrante, “anche questi della Parrocchia di S. Michele e solo perché confratello della medesima Confraternita di S. Antonio”, nonostante le opposizioni del parroco Mingione, al momento del corteo funebre “s’è(ra) voluto fare un lungo giro di strade (e non una via diritta) ed andare inoltre nella Cappella della Confraternita ed ivi far dare l’assoluzione al cadavere”. Vani, quindi, erano stati i tentativi da parte del parroco don Salvatore Mingione “di far valere i diritti della Chiesa Parrocchiale”, ritirandosi dalle esequie e con lui pure il parroco di Santa Croce, don Mattia Zampella. In tale occasione, poi, don Salvatore aveva “personalmente preavvisato” il padre spirituale della Congrega di Sant’Antonio di Padova, che il diritto della messa esequiale apparteneva esclusivamente al parroco, elencando alcuni punti che appunto riassumevano la questione. Si era verificata, per prima cosa, la “disubbidienza pubblica al Parroco medesimo”, poi, le “violazioni ai S. CC. Del Diritto Canonico e a quelli del Concilio Casertano” e si era andati contro “alle consuetudini locali ove mai s’è(era) verificato ciò” e alle “norme dettate all’uopo da tutti i più provetti canonisti”, per conseguenza quindi, era avvenuta la “lesione dei diritti della Parrocchia e danno alla Parrocchialità tanto sostenuta dall’attuale Azione Cattolica”. Il parroco don Salvatore Mingione, informato pure l’arcivescovo di Capua sulla questione, invitava il vescovo di Caserta a “voler provvedere” affinché “per questa volta” fossero stati pagati i diritti “della porzione parrocchiale giusto il tassario della Curia di Caserta”, affinché per l’avvenire non si siano ripetute “simili violazioni”.

(Facciata della chiesa dell’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova in Casagiove)

 

 

II. Il caso del defunto Antonio Ferrante

Il signor Antonio Ferrante, prima di passare a miglior vita, come testimoniava il fratello Giovanni, aveva sempre espressa la volontà “che dopo il decesso voleva essere portato per i funerali nella propria cappella e cioè nella Congregazione di S. Antonio di Padova in Santa Croce ove apparteneva come fratello di veste”. Il fratello del defunto però “dispiaciutissimo” non poté andare personalmente alle esequie “essendo a letto con il piede sinistro fratturato”. In merito alla questione sorta circa le esequie del defunto Antonio Ferrante, entrò in gioco il padre spirituale dell’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova, nonché parroco della chiesa di San Francesco di Paola, don Michele Mingione. Con una lunga relazione del 22 ottobre 1935, don Michele Mingione informava della faccenda il vicario generale della diocesi di Caserta. Prima della sua dipartita, il signor Antonio Ferrante, come si è visto, aveva espressa la volontà di poter ricevere gli ultimi “omaggi” nella chiesa dell’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova, di cui appunto era confratello. D’altra parte però, la chiesa di Sant’Antonio “ha(veva) diritto di funerare”, come appariva “sia dalle regole statutarie dell’Arciconfraternita stessa, sia dall’antica consuetudine, come risulta(va) dall’elenco di numerosi confratelli che furono portati, dopo il loro decesso, nella Chiesa suddetta per il canto della Libera”. Don Michele Mingione, quindi, si apprestava a raccontare quanto, effettivamente, fosse accaduto il giorno delle esequie del Ferrante. Il funerale si svolse il 16 ottobre 1935 e mentre don Michele si trovava nella sacrestia della Parrocchia di San Michele Arcangelo in Casagiove, “per il raduno”, il parroco della chiesa medesima don Salvatore Mingione “si lamentava di non essere stato invitato all’esequie personalmente dal sacrestano ma a mezzo del sacerdote don Pasquale Vitale”. Don Salvatore Mingione poi “rimproverava” il parroco di Santa Croce don Mattia Zampella “quasi di non saper disciplinare il personale dipendente”. Immediata però fu la risposta da parte del parroco Zampella dicendo che in certe occasioni bisognava avere “prudenza e carità”, soggiungendo poi il parroco don Salvatore Mingione “che al di sopra della prudenza e carità vi è(era) la dignità che bisogna(va) tenere sempre alta e che meglio vivere un giorno da leone e non cento da pecora”. Diceva, inoltre, il parroco Mingione che era pure “necessario conoscere le leggi canoniche e farle osservare ad litteram, alludendo all’insufficienza del clero di Casagiove, compreso il casertano”. Giunti i sacerdoti presso la casa del defunto, “quando già era tutto disposto per il corteo funebre”, il fratello del defunto insieme con altri congiunti dell’estinto, “vollero che questo fosse trasportato nella Chiesa di S. Antonio per il canto della Libera, com’era stato praticato per tanti altri e com’era volontà del defunto”. Il parroco don Salvatore Mingione, però, a tale richiesta s’impuntò e disse “che per la legge canonica il cadavere, doveva portarsi nella sua Chiesa Parrocchiale dov’era stato battezzato (mentre era stato battezzato in S. Croce) e che egli mai si sarebbe piegato a dare agio di far creare precedenti”, come per debolezza solevano fare “gli altri preti”. Intanto gli animi “si riscaldavano e gli astanti prendevano vivacemente le parti della famiglia e si prospettava una scenata”. Il padre spirituale della Congrega don Michele Mingione, “per sedare gli animi”, si interpose col dire alla famiglia “che non era questione da farsi in quel momento così triste e sacro, ma che essa avrebbe dovuto riferire la volontà del defunto o il giorno prima, o almeno il mattino del giorno dell’esequie per evitare scandalo pubblico e l’indesiderato affluire di curiosi fomenti di pettegolezzi”. A questo punto, il parroco di San Michele Arcangelo don Salvatore Mingione, non solo non si calmò, ma passando ad un altro punto del diritto, dimostrava “con atteggiamento autoritario ed esoso”, la proibizione di celebrare la messa cantata che la Congrega affidava al padre spirituale, tanto da far affermare al parroco Mingione “che quella è(ra) la messa esequialis di diritto parrocchiale”. In tutta questa situazione, però, il parroco di Santa Croce don Mattia Zampella “stette in disparte e negando che i fratelli erano stati portati in Congrega”. Nel corso del corteo funebre, “finito il percorso di via Pilade Bronzetti al bivio di via Quartier vecchio e via Quartier nuovo”, i parenti del defunto, seguiti dai presenti, “insistettero che la salma fosse portata alla Chiesa di S. Antonio di Padova per la via più breve”, e fu allora che il parroco don Salvatore Mingione “volle ritirarsi”. Accade poi, che il corteo funebre, una volta giunto presso la chiesa della Congrega di Sant’Antonio, il parroco di Santa Croce don Mattia Zampella “si asteneva dal benedire il cadavere e si ritirava dopo di aver fatto un cenno manifesto” verso il padre spirituale della Congrega don Michele Mingione, affinché avesse benedetto lui la salma. Il padre spirituale della Congrega di Sant’Antonio di Padova don Michele Mingione, per giustificarsi, riferiva che in realtà era convinto “che ci fosse il diritto (stato) dell’Arciconfraternita di accogliere i cadaveri dei defunti e il diritto dei defunti stessi”. Questo avveniva “perché anticamente i confratelli si seppellivano nella Terrasanta della Congrega, mentre coll’erezione dei cimiteri si continuò l’uso del semplice trasporto con funerali in Congrega”. Don Michele Mingione, rendeva altresì noto “che per un certo periodo di anni nel paese di Casagiove i cadaveri di tutti i fedeli (meno i sacerdoti e qualcuno portato di sera da lontano) furono portati direttamente al Cimitero, non fermandosi nelle Parrocchie”, mentre, l’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova “continuò a ricevere i propri ascritti, meno qualcuno”. Da pochi anni, invece, “si ripristinò il lodevole uso del trasporto in Chiesa” e solo allora le Parrocchie “ripresero ad applicare il loro diritto” e così fece pure la Congrega di Sant’Antonio di Padova “che più delle altre ha(veva) sempre tenuto al detto trasporto”. A questo punto, don Michele Mingione affermava che, relativamente alla questione di dove doveva essere portato il feretro del defunto, queste erano cose “da definirsi con calma, essendosi da diverso tempo sollevata la questione” e il voler decidere di fronte al popolo “è(ra) da insensati”. Era ovvio che il popolo prendeva “le parti del sentimento” e non di chi sosteneva il diritto, specialmente nei riguardi del parroco don Salvatore Mingione “se trattavasi di un parroco conosciuto come attaccabrighe, esoso, cocciuto e senza l’ombra della carità paterna” (su questo parroco, già da noi conosciuto in precedenti scritti, attraverso documentazione d’archivio INEDITA, non è stato mai delineato un profilo positivo). In quanto poi alla “Missa esequialis”, il padre spirituale don Michele Mingione teneva a richiamare il Canone 1236 e cioè “che tutte le volte che il funerale non avviene nella Chiesa Parrocchiale al Parroco compete la partio paroccialis”. Dunque, c’erano dei casi in cui il funerale non aveva luogo nella chiesa parrocchiale e in tali casi non era la messa che toccava per forza al parroco titolare, ma ad egli toccava “la semplice porzione” (un’offerta). Pertanto, l’offerta concessa “per gli uffici minori” era tuttavia dovuta al parroco, se appunto, il cadavere veniva portato nella chiesa parrocchiale. Invece, se la messa veniva celebrata in parrocchia e con le regole liturgiche (Rituale Romano), questa toccava al parroco, mentre se veniva celebrata altrove e “fuori la regola del Rituale”, questa non toccava più al parroco celebrarla, “essendogli riservata la sola porzione”. Il confratello defunto, per Statuto, aveva diritto “a una Messa cantata e a Messe lette per ragione della sua iscrizione alla Congrega”. Questa celebrazione, infatti, doveva avvenire automaticamente, proprio “in forza degli Statuti delle Congreghe”, le quali appunto, avevano il loro padre spirituale. Nel giorno della messa esequiale in ricordo del confratello defunto, non si usava dare “alcuna solennità, neanche esterna, come di un funerale”, ma si trattava di “una semplice messa con canto alla quale talvolta s’invita(va) la famiglia del defunto”, se casomai quest’ultima ci avesse tenuto ad ascoltarla. La messa esequiale, vera e propria, era quella che faceva celebrare la famiglia, “non quella che fa(ceva) celebrare un Ente per suo conto, specialmente se quest’Ente ha(veva) il suo sacerdote responsabile de legati e di ogni onere spirituale”. Di più, “per fondazione” la messa cantata così come le messe lette formavano, in realtà, “un sol tutto, un unico onere”. L’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova, aveva sempre avuta una certa predisposizione per la “pietà dei defunti”. Per questo motivo, il 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, diceva il padre spirituale don Michele Mingione, “dopo l’Ufficio e la Messa solenne processionalmente con la croce a stile, fratelli e sorelle con torce accese, si scende(va) nella Terrasanta della Chiesa e dopo il canto della Libera, si da(va) l’assoluzione ai fratelli defunti”. Mentre nell’Ottava dei morti, recandosi presso la propria cappella funeraria al cimitero di Casagiove, la Confraternita compiva “tutte le pie pratiche in suffragio dei defunti”. Al termine della lunga relazione sulla questione delle esequie, don Michele Mingione, esortava il parroco della parte casertana in Casagiove, ad essere “assertore dei diritti suoi o dell’Arciconfraternita Casertana” e “con carità, ma pur con fermezza” doveva difendere “il Clero a lui appartenente da parole quasi offensive e da giudizi avventati” che il parroco di San Michele Arcangelo don Salvatore Mingione “con facilità puerile in pubblico spesso lancia(va)” contro sacerdoti che in realtà non dipendevano affatto da lui “ma dal proprio Vescovo”.

(Ipogeo o terra santa della chiesa dell’Arciconfraternita di Sant’Antonio di Padova in Casagiove)

 

Fonte

Archivio storico diocesano di Caserta, III.3.5.2.04., busta 35 – fascicolo 394.

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