Brigantaggio e violenze a Casagiove (già Casanova) nella seconda metà dell’Ottocento

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Premessa

In diverse occasioni ci è capitato di ascoltare, da parte di “cantastorie” locali che, a Casagiove (già Casanova), in epoca risorgimentale, nessun caso legato a quel fenomeno sociale conosciuto con l’appellativo di “Brigantaggio”, era avvenuto entro i confini comunali. “Cantastorie” nel vero senso della parola possono essere definiti determinati individui che mai e poi mai sono stati in un archivio storico a consultare qualche carteggio “polveroso”. Allo stato attuale, attraverso la nostra ricerca e la voglia di conoscenza che ci spinge a ripercorrere un pò alla volta la “microstoria” locale, siamo riusciti a reperire, poca documentazione che, pur tuttavia, prova la presenza o il semplice passaggio di gruppi briganteschi nel circondario comunale. Nei primi due casi si riscontra la presenza del Brigantaggio il quale, attraverso azioni di inaudita violenza, faceva valere la sua forza, il tutto a difesa della Monarchia Borbonica contro quella ormai nuova che “unificò” la Penisola, capeggiata dalla Monarchia Sabauda. Si tratta di episodi, i primi due, ambientanti come si potrà leggere, in zone fuori del centro urbano, questo principalmente perché le bande di briganti, preferivano rifugiarsi in posti isolati, come sicuramente le alture del monte Tifata. L’ultimo caso invece, riguarda una discussione avvenuta non a Casagiove, ma avente per protagonista un casagiovese, discussione sfociata in un vero e proprio duello armato.

 

I. Assalto alla masseria del barone Carlo de’ Falco in Coccagna

Il fatto avvenne nella notte del 22 agosto 1860, quando, a dire di Francesco Roviello colono degli eredi del barone don Carlo dé Falco: “si postarono sulla casina di costoro sita nella Montagna di Montecupo in tenimento di questo Comune”, circa “un quaranta uomini armati”, i quali, impavidamente, non esitarono a chiedere “le chiavi della stessa casina”. Il povero colono Roviello, però, affermava di non possedere lui le chiavi, “ma bensì i proprietari”. I malviventi allora, convinti di essere presi in giro dal colono, “incominciarono ad incendiare le porte d’ingresso”. Il mattino seguente, non potendo entrare all’interno del casino a causa delle fiamme ormai propagatesi, “nulla avesse mosso”, perché sarebbero stati autorizzati “senza dire quando”. Sulla violenta vicenda, riconducibile certamente ad una banda di briganti, il sindaco di Casanova Pasquale Menditto, si accingeva a darne conoscenza al Governatore di Terra di Lavoro, affinché quest’ultimo avesse disposto i dovuti provvedimenti “sul proposito”.

  • Archivio di Stato di Caserta, Intendenza – Polizia  Affari Diversi, busta 406 – fascicolo 25.

 

II. Tentata aggressione e furto di pecore

Il sindaco di Casanova e Coccagna, Pasquale Menditto, con una nota del 22 gennaio 1862, informava il Delegato di Pubblica Sicurezza, su quanto era effettivamente accaduto qualche giorno prima. Nella notte del 20 gennaio 1862, “dopo le ore 3”, la pattuglia della Guardia Nazionale di Casanova e Coccagna, “si portò nel riunito Coccagna”, eseguendo le dovute perlustrazioni della zona in questione, però “senza novità alcuna”, ritornando, “percorrendo questo Comune”. Accade poi che, verso le ore quattro e mezza della notte “vennero intese” due o tre fucilate, “senza distinguere il posto donde provenivano”. I gendarmi della Guardia Nazionale che erano di istanza quella notte, ritennero opportuno, una volta uditi i colpi di fucile, stare “per altro tempo in prevenzione”, anche se tuttavia “nulla si seppe dippiù”. La mattina seguente, i gendarmi si apprestarono a prendere le dovute informazioni. Si seppe pertanto che “le fucilate” erano state tirate da un tal Giovanantonio di Blasio. di Pietro, milite della Guardia Nazionale il quale risultava domiciliato in Coccagna. La reazione del di Blasio scaturiva “dal perché bussato al suo portone” ed interrogato sull’accaduto si seppe che erano stati visti circa “15 uomini armati di fucile”, senza poter però “distinguere alcuno”. Il di Blasio, esclamando chi fossero quegli uomini, ricevette come risposta da questi, “che era la Guardia Nazionale”, traendolo in inganno e dicendogli che doveva “portarsi al posto” (di guardia). Quella notte però, il di Blasio “non era di guardia” e ricevette da quegli uomini “poco raccomandabili” richieste al quanto strane, come quella di dover “fare una perquisizione”. Udita tale richiesta, il di Blasio, resosi conto dello scherno nei suoi riguardi, “si ritirò, e cercò di fare questo collo sparare”. Gli uomini allora “si diedero alla fuga e si portarono” nella campagna di Pietro di Blasio, “e si presero numero 11 pecore”.

  • Archivio di Stato di Caserta, Prefettura Affari Diversi Polizia (I inventario), busta 93 – fascicolo 463.1.

 

III. E fu duello tra i signori Orlandi e Mauro

I rapporti  non proprio idilliaci tra vicini di casa e talvolta tra proprietari terrieri, spesso sfociavano in veri e propri duelli armati. Il rapporto del 30 giugno 1878, redatto dal Delegato di Pubblica Sicurezza di istanza a Santa Maria Capua Vetere e diretto al Prefetto di Caserta, metteva al corrente di un duello che era avvenuto “in tenimento S. Angelo in Formis di Capua”, dove, nella stessa mattina “alle 3 antimeridiane”, aveva avuto luogo, appunto, “uno scontro alla sciabola” fra il signor Orlandi Giuseppe e il signor Mauro di Casagiove, di cui però si “ignora(va) il nome”. I duellanti erano assistiti: il primo dal signor Fallaraso “di costà” e l’altro dal signor Ranieri Francesco “di qui”. Nel corso della lotta a mano armata e “dopo vari assalti”, il Mauro “riportò tre ferite leggere al braccio destro di nessuna criticità”. Le armi usate per il combattimento furono “somministrate” dal Capo armaiolo del I Reggimento Nizza, cosa altamente grave, quest’ultima, che venne appunto denunciata al Procuratore del Re.

  • Archivio di Stato di Caserta, Prefettura Gabinetto, busta 317 – fascicolo 1329.

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